outumbro Torna a degusto spoleto Giugno 2017

In mostra dal 2 al 4 giugno al Chiostro di San Nicolò a Spoleto, all'interno di DeGusto Terbbiano & Food festival. In questa occasione verrà presentato un nuovo prototipo in mater-bi di porta-bicchiere. Qui tutti i dettagli.


PROGETTO ARCADIA CONVOCATA IN SENATO per un'AUDIZIONE in MERITO all'ECONOMIA CIRCOLARE - APRILE 2017


Seminario Irecoop ER+Kilowatt a Bologna su #economiacircolare. Il valore aggiunto di ARCADIA DESIGN.27 aprile 2017


DESIGN THINKING E INNOVAZIONE AZIENDALE E DESIGN FOR REUSE PER LABORATORIO UMBRIA EXPO CASA 2017 - a CURA ACCADEMIA BELLE ARTI PERUGIA


FINALE ERG Regeneration challenge! MARCH 2017


outumbro per umbria food cluster a expo 2015

 OUTumbro, AUTUNNO (experience) + (design) UMBRO un primo progetto del network di progettisti Umbria Food Cluster: 8 designer umbri (Alessandro Fancelli, Andrea Pascucci, Elena Gentilini, Massimo Germani, Valentina Taddei, Michele Zualdi, Nazzareno Ruspolini, Maddalena Vantaggi)per 10 prototipi di food design che esaltano i prodotti enogastronomici autunnali e tutte le esperienze e le sapienze ad essi collegati. Tartufi, funghi, castagne, olive, uva, erbe e frutti spontanei, zafferano,...cacciati, raccolti, essiccati, affumicati, aromatizzati, pestati, tagliati...

Ognuno di questi prodotti porta con sé una serie di tradizioni, esperienze, saperi e sapori, ma anche paesaggi, esperienze di raccolta per chi vive e per chi visita l'Umbria, materiali tradizionali e innovativi collegati e collegabili, aziende e consorzi di produzione, trasformazione e promozione. Insieme, costituiscono una originale ed inesplorata immagine della Regione legata ad un turismo “autunnale”, imperniato su esperienze paesaggistiche, didattiche e gastronomiche integrate.

 

Abiti in mater biche si trasformano in sacche e teli, amache per immergersi nei paesaggi umbri alla ricerca dei suoi tesori, affumicatori, aromatizzatori, mortai e lame, modulari e non, ispirati dalla storia e/o pensati in base alle più attuali conoscenze sia alimentari (grazie al contributo della dietista Manuela Germani) che organolettiche (grazie al contributo dello chef Irene Copolutti), realizzati spaziando fra tradizione e innovazione nei materiali (ceramica - di Deruta e in stampa 3d -, legno, vetro, mater bi, tessuti, abs, alumide, polyamide, resina trasparente) e nelle lavorazioni (stampa 3d, pantografo a 5 assi per legno, soffiatura del vetro, lavorazione della ceramica al tornio, sartoria, uncinetto).

 

I partner coinvolti Blueside, Polycart, DigitalPoint, UmbriaGourmet, Green Tales, Augusto Girolamini torniante di Deruta, Falegnameria Silvestri, La Preziosa Veste, Progetto Arcadia Atelier Orange, Azienda Agraria De Carolis, Umbria&Bike, Accademia Umbra delle Erbe Campagnole, Consorzio della Castagna Umbra, Associazione dello Zafferano di Cascia, Museo della Canapa.Si ringraziano inoltre i fotografi che hanno generosamente messo a disposizione le loro opere: Luca Petrucci, Sandra Ortega, Alfredo Corsaro, Federica Zucchini, Andrea Argentati, Leonardo Coricelli.

 

OUTumbro su spoletonline

Umbria Food Cluster su Youtube


April - June 2015: ecolordesign2015                      TAVOLA ROTONDA DESIGN E TERRITORIO // I TERRITORI DEL DESIGN + light&design         

Dopo il successo dell’edizione 2014 quest’anno eCo-lor Design si è dato due obiettivi importanti: approfondire e illuminare.

Approfondire l’importanza del design e della progettazione sopratutto in rapporto alle innovazioni e ai cambiamenti che può generare all’interno di un ambiente. In questa ottica abbiamo organizzato la tavola rotonda Design e Territorio. I Territori del design. Un momento di confronto che coinvolgerà istituzioni, associazioni, esperti, professionisti e designer con l’intento di analizzare le innovazioni generate dall’applicazione del pensiero progettuale all’ambiente e osservare da vicino le nuove frontiere di competenza che il design sta conquistando.

Illuminare le caratteristiche e i più recenti sviluppi del light design. In concomitanza con l‘Anno Internazionale della Luce delle Nazioni Unite abbiamo dedicato alla luce due iniziative: la conferenza Light&Design, una giornata di approfondimento articolata in quattro interventi per scoprire potenzialità estetiche, progettuali ed energetiche del light design anche attraverso l’analisi di modelli virtuosi reali; e un’ Expo dedicata con prototipi, progetti e prodotti ad opera di 13 designer.


visit www.ecolordesign.wordpress.com


January 2015: seminario universitario sulla Governance per il Turismo

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Presentazione di Elena Gentilini ad un seminario con gli studenti del Corso di Geografia del Turismo del Dott. Francesco Maria Olivieri, Universitas Mercatorum, Roma
turismo_gov_gentilini.pdf
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2013 - oggi: supporto ad aziende (startup, pmi, grandi), associazioni (settore cultura, turismo, welfare), professionisti ed enti relativamente a bandi di finanziamento EU, regionali e nazionali: progettazione, costituzione ats (private, pubblico-private) e reti, gestione e pm, rendicontazione.


2014: conferenza "Designer, imprenditori e artigiani. Il rapporto tra formazione e aziende", e-ColorDesign 2014.

Intervento di Massimo Germani, architetto, all'interno del programma di eCo-lorDesign 2014.


2014: tavola rotonda "Il Design italiano oggi e la filiera: formazione, progettazione, produzione e vendita", eCo-lorDesign 2014.

Moderatrici:

Floriana Pucci, IID Perugia ed Elena Gentilini, progettOArcadia

 

Interventi di:

Arch. Alessandro Fancelli, Pres. ADI Umbria

Ing. Alessio Burini, Pres. ALA Assoarchitetti Sezione Umbria

Arch. Paolo Luccioni, Confesercenti Umbria

Ing. Paolo Berardi, Accademia di Belle Arti "Pietro Vannucci" di Perugia

Fabio Chiavari, Pres. Confindustria Umbria Sez. Legno

Arch. Giorgio Flamini, Docente Responsabile Rapporti Enti Esterni I.I.S. "Pontano Sansi" e "Leoncillo Leonardi"

Juri Cerasini, Assessore Attività produttive Comune di Spoleto

Matteo Gradassi, Direttore IID Perugia

 

 


2011: Geotips Summer School in Geography of Tourism, University of Bologna RIMINI CAMPUS

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Tourism Development Policies in Rural Areas: what makes them green? A comparison between Tuscany and Umbria
We started from the consideration that an important aspect of sustainability is an even (as even as possible) dissemination of development, where centres are part of a wider network and peripherial areas are integrated through important and meaningful connections. Policentrism is helpful both within a city and in a wider region and tourism should follow patterns of integrations within a wider region to balance externalities and share positives outcome. Sociological and technological changes could help and there are already cases that shows signs of counter-urbanization, even if the term is not very effective. Tourism pratices and governance should go this way.
PRES_080911.ppt.pps
Presentazione Microsoft Power Point 10.7 MB

2002-2006: ricerca di dottorato "Rigenerazione e Spazi Pubblici. La valorizzazione di una centralità a valenza globale. Il caso di studio di Wembley"

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Spazi pubblici e inclusione. Rigenerare e connettere a Londra.
Articolo dalla tesi di dottorato, 2010
Sp_e_incl_final.doc
Documento Microsoft Word 14.4 MB

1995-1996 Progetto per la risistemazione di Piazza del Duomo a Spoleto

 

Il luogo fisico.

“In questo luogo, architettonicamente celebre, dove forte è l’alleanza tra uomo e natura, e dove quest’ultima ha avuto sempre un ruolo potentissimo, l’insolita sezione in pendenza è l’elemento insediativo che congiungeva e saldava, nell’unità della figura di uno spazio orientato il naturale , il bosco di antichissimi lecci, esaltato dalla severità della rocca Albornoziana e dallo sfondo peruginesco, e l’artificiale del contesto urbano, dell’intorno, dei suoi monumenti, sullo scenografico fondale della parete della Cattedrale e del suo portico” (Prof. G.C. Leoncilli Massi).

Quest’esaltante scenario che dinanzi è stato descritto è quello che il Festival dei Due Mondi, nota manifestazione di arte e spettacolo, ha propagandato per  il mondo  intero, scenario che ospita puntualmente ogni anno il concerto di chiusura di detto festival ed altri suoi lodevolissimi spettacoli, a conferma delle potenzialità teatrali che tale luogo urbano, ad oggi, ancor mantiene (nel muro di contenimento del terreno sovrastante il lato sud della piazza sono presenti infatti alcune mensole in pietra che testimoniano l’uso antico di innalzare qui, in occasione di feste e cerimonie, una trasanna – terrazzo coperto e sorretto da colonne oppure a sbalzo –  o un palco).

Questa splendida piazza, forse la più bella di Spoleto, sicuramente  la più suggestiva e la più “teatrale”, si allarga su una spianata artificiale sorretta a valle da un muraglione di sostegno, al quale venne addossato, nel secolo XIV, un edificio a volte su due piani, con torre e contrafforte esterni uniti da archi a tutto sesto. Questo edificio destinato a diventare il palazzo della Signoria e a dare un aspetto rigorosamente unitario a questo lato della piazza, rimase incompiuto, ed ora si possono vedere sopra di esso il tempio della “Manna d’Oro” e il teatro “Caio Melisso”, che caratterizzano il lato nord di essa.

Al “facciatone” della Cattedrale, che domina la sua piazza dal lato est, si contrappone la via dell’Arringo, che ne rappresenta l’imbocco dal versante di ponente: ad essa si attesta una cortina di palazzi, fra i quali, di notevole interesse è il palazzo Racani-Arroni, costruito nei primi del secolo  XVI, la casa Fabricolosi, oggi casa Menotti (sede dell’Archivio del Festival ad opera della Fondazione Monini) che mostra un limpido prospetto quattrocentesco, e il settecentesco palazzo Bufalini (sostanzialmente la caserma dei carabinieri nella fiction Rai “Don Matteo 9” - ndr). Nel fronte opposto, l’armonico corpo absidale della chiesa romanica di S. Eufemia, candido, non eccessivo nei volumi, sembra quasi crearsi, fronteggiato da un praticello ed incastonato tra gli edifici, il suo spazio naturale.

 

Intro al progetto.

Negli anni in cui il progetto è stato elaborato, la pavimentazione della Piazza era divenuta letteralmente impraticabile a causa del quasi totale sfaldamento e rottura dei mattoni che, quarant’anni prima, furono sostituiti a quelli della vecchia mattonatura risalente alla fine del secolo XV. La situazione di allora, ovvero la rovina, il totale disfacimento dei mattoni, iniziato, tra l’altro, non molto tempo dopo il completamento dell’opera, è il risultato di un errato montaggio del pavimento che previde l’uso sconsiderato del cemento nella posa in opera, e quindi per mancanza di dilatazione, contribuisce allo sfaldamento degli stessi mattoni.

Ma la mancanza di questo accorgimento tecnico non è che una minuta parte del danno causato alla piazza del Duomo, da parte di coloro che si impegnarono ad adoperarsi ad un restauro urbano così importante e delicato, ovvero l’onorevole Ermini, Ministro, Rettore dell’Università di Perugia, con il suo tecnico, l’ingegnere Nicolosi, professore della Facoltà di Ingegneria a Roma, il Sindaco, i “dotti locali” . Essi infatti non tennero conto di quello che fu il passato storico, l’evoluzione dell’agglomerato urbano, cancellarono letteralmente una parte della storia di Spoleto, considerando paradossalmente tale luogo come se fosse stato sempre un “ambiente medioevale”, generando conseguentemente un paradossale “falso urbano”, mentre in realtà esisterono testimonianze di echi di origine umanistica che si formarono e si dileguarono nei labirinti della storia locale.

L’intervento di restauro avvenuto nel 1953, il Festival ebbe inizio solo nel ‘58, cancellò l’immagine che si venne a creare fra il secolo XIII e il secolo XVII fra via dell’Arringo e la Cattedrale, sopprimendone l’essenza, ovvero quella che era l’idea, la figura, dell’unità spaziale che fu fortemente desiderata in quei tempi antichi.

Quello che creò Nicolosi fu un piano d’appoggio ex-novo senza alcuna radice con il luogo, la Città, la sua reale storia, un travestimento quindi,  in forma di “ambiente medievale”, generico e falso, ignoto ai più, storici della città compresi. Il progettista si affanna a teorizzare l’inconsapevolezza estetica, l’edilizia corale, il farsi spontaneo, mentre egli disegna, non certo inconsapevolmente, la nuova piazza, e, mascherandosi dietro l’idea di un’Umbria medioevale, fra l’altro discutibilissima, egli finge il non disegno, finge il farsi spontaneo, finge questi elementi che architettonicamente parlando andavano a caratterizzare, a costituire la città medioevale, dove regna l’anonimato, l’assenza dell’architettura, l’edilizia corale,  secondo un antico e altrettanto discutibile pensiero duro a morire.  Inoltre c’è da dire che per Spoleto, a sostegno della sua nuova piazza del Duomo, sembra, ma non possiamo enunciare con certezza quanto questo sia vero, come si usasse indicare, da parte del progettista, il modello della piazza di Siena.  Anche se non fosse vero, però, una riflessione la farei: c’è una città e una piazza dove meno si può parlare di farsi spontaneo dell’architettura quale Siena? Bisogna comunque tenere in considerazione che Spoleto è sede di un Centro Studi sull’Alto Medioevo, creato dallo stesso Ermini, quindi si è in un ambiente dove, ancora oggi, appare difficile l’uso di analisi storiche e urbane che riescano a liberarsi dai rituali del “medioevo” per porre diverse soglie di letture compositivo-architettoniche.

Se si pensa alle regole morali, alle dottrine umanistiche che dovrebbero indirizzare l’uomo verso una progettazione valida, corretta, sensata, ovvero quelle che invitano l’architetto al progettare solo se egli conosce, ma non solo superficialmente, la storia dei luoghi e delle popolazioni dove andrà ad intervenire e, a quello che E.R. Rogers ci insegna, cioè che costruire non ha senso se non inteso come continuazione del passato storico, allora tutto il lavoro pensato e realizzato da Nicolosi, tra l’altro ingegnere (non me ne vogliate) e non architetto, non ha mai avuto un senso, è stato inutile e forse anche dannoso.

Ora trovandomi di fronte a questo spazio urbano ricco di storia e di vicissitudini, con l’intento di effettuare uno studio per una riprogettazione, non posso non tenere presente quella che è stata in realtà la sua storia, facendo riemergere quella parte che di essa è stata cancellata dai sopracitati personaggi, illustrando in queste poche righe gli eventi fondamentali che andarono a costituire il trascurato periodo umanista spoletino.

(continua sotto)

(continua da sopra)

 

Il luogo storico.

Ebbene, nel secolo XI, la vecchia Cattedrale fu spazzata via per realizzarne una ancor più maestosa, secondo un grandioso progetto di integrale rinnovamento cui si addivenne nella seconda metà del secolo XII. Questo nuovo edificio ecclesiastico, dello scorcio del secolo XII e dei primi del secolo XIII perderà  il suo bell’interno romanico, integralmente trasformato nel Seicento. Anche il portico, di datazione incerta, ma probabilmente romanico, che precedeva la facciata, era destinato a non durare a lungo. Infatti esso fu demolito nel 1491 e sostituito da quello di linee pienamente rinascimentali e di gusto ornato “albertiano” , che vediamo oggi, opera di Ambrogio di Antonio da Milano e Pippo di Antonio da Firenze, entrambi formatisi nell’ambiente lauranesco di Urbino.

Altri innesti rinascimentali furono la cappella fatta erigere dal Vescovo Francesco Eroli al lato del portico e la sua cella campanaria. Nel 1467, al tempo del Vescovo Berardo Eroli, Lippi dette una solenne conclusione alla decorazione pittorica del Duomo dipingendone l’abside ed il catino: i più importanti ed i soli affreschi che ancora rimangono della Cattedrale pre-seicentesca, accanto a quelli delle vecchie cappelle superstiti e ad un minuscolo brano con motivi architettonici. Successivamente, dal diretto patronato del terzo Vescovo degli Eroli, Costantino, nacque la cappella detta del Pinturicchio ed anche il portico appartiene a quegli anni. Come si sa, Filippo Lippi morì a Spoleto nell’ottobre del 1469 e le spoglie, che furono inizialmente depositate in una semplice sepoltura davanti alla porta mediana della chiesa, furono traslocate, intorno al 1490, nel monumento voluto appositamente per Lippi da Lorenzo de’ Medici, e che fu collocato in fondo alla navata destra del vecchio Duomo (dove tutt’ora si trova).

Ma nella storia di questo singolare spazio urbano non dobbiamo trascurare le vicende che portarono alla nascita di via dell’Arringo, un vero controsenso, rispetto alla logica del tessuto romano spoletino.  L’anomalia è grande se si pensa che questa è stata tagliata dentro il rettangolo pressoché regolare di un insula, S. Eufemia, che prende il nome dalla chiesa in essa compresa, in una situazione di perfetto parallelismo con la contigua insula communis di cui possiamo considerarla gemella. L’eccezionalità di questo intervento risalta ancor meglio se si osserva il singo­lare e costante valore insediativo dell’insula destinata a subire l’ingente taglio, che con i suoi requisiti direzionali e proporzio­nali usa letteralmente  violenza ai caratteri preesistenti: in età ro­mana vi sorgeva un grande edificio pub­blico, testimoniato da resti imponenti, nel medioevo vi si deve ubicare la residenza di Teodorico e dei Duchi, poi a partire dal secolo X, l’importante mona­stero di S. Eufemia e, dalla fine del secolo XII, il palazzo Vescovile.  Se si riflette che quando si decideva di realizzare la nuova strada l’insula si S. Eufemia aveva acquistato una tale importanza, se ne deve dedurre che l’intervento che ledeva così radicalmente la sua integrità era evidentemente motivato da ragioni di proporzionata importanza.  In  primo luogo c’era un intensa attività costruttiva che caratterizzava a Spoleto i secoli a partire dal XII fino al XIV, inoltre vi si stavano svolgendo gli imponenti lavori che fruttarono la nuova Cattedrale, coincidente nel suo asse longitudinale con quella attuale, con il conseguente spostamento del palazzo Vescovile in S. Eufemia.

Potremmo quindi affermare che fino a quando il gruppo episcopale resta compatto al suo posto, ovvero nell’area della Cattedrale, soggetto solo per così dire d’una legge di trasformazione interna, non si registrano nella città vistosi fenomeni  indotti  dalla sua  presenza,  ma  quando  questo  si  divide e  una  sua componente, come in questo caso il palazzo Vescovile, si distacca dal gruppo e, se ci si può esprimere così, viene messa in circolo, allora instaura un processo di trasformazione del tessuto precedente e finirà per lacerarlo. Questa lacerazione è dovuta al fatto che il vescovo  insediandosi nell’ex monastero non tarda a trasformare un’insula divenuta ormai di sua proprietà e ne recide un tratto, il più possibile in asse con la nuova e più ampia facciata della Cattedrale, con un taglio che si apre a ventaglio verso di essa, così che lo spazio espansivo della strada venga a fondersi in quello della piazza, ingrandita e sopraelevata. Il palazzo del Vescovo e la nuova strada che lo fa comunicare con la rinnovata Cattedrale, monopolizzano una cospicua porzione di città, ma nello stesso tempo il gruppo episcopale, disgregandosi, si è transfuso in entità urbana.

Non si tratta certo solo di riproporzionare gli accessi e la piazza ad un fondale più grande, ma, usciti dalla vecchia cittadella vescovile, di riproporre in uno spazio unitario il rapporto Chiesa-Città in termini di appropriazione e nello stesso tempo di osmosi.

Il nuovo vasto invaso imbutiforme è lo spazio ove defluiranno dal tardo medioevo in poi le grandi occasioni pubbliche, le feste, le processioni, gli avvenimenti culturali e teatrali, le assemblee popolari indette dal Comune, che con la sua torre guarda anche lui, attraverso la nuova strada, la fronte della Cattedrale.

Con il progetto Nicolosi, questa antica figura di unità spaziale, di un luogo unico dove il potere laico e quello religioso si fondono, fu irrimediabilmente alterato in via dell’ Arringo dopo quasi cinquecento anni compaiono ripide scale, il luogo del Duomo si divide in due: la strada e la piazza. Saltano le vecchie quote,  quelle delle finestre basse, degli accessi ai palazzi, ai monumenti, scompaiono gli arredi ed i bordi architettonici come quelli del teatro Caio Melisso e della Manna d’Oro, le cui finestre del basamento vengono addirittura tagliate; conseguenze queste del fatto che Nicolosi usa paradossalmente una concavità in sostituzione dell’originale e tradizionale terrazzamento che scende da monte verso valle con un naturale e quindi logico deflusso delle acque, imponendo un uso insediativo esterno alla tradizione tipica dei centri storici umbri quali Narni, Assisi, Perugia, Gubbio.

 

Il progetto di risistemazione.

Nel riprogettare questo spazio urbano non si può non guardare indietro addentrandoci in quella parte umanistica del  passato storico di Spoleto, prendendo in considerazione quel breve periodo rinascimentale della città, che non ebbe poi grandi sviluppi come in altri luoghi, ma che comunque ne fa parte, perché vi è esistito ed ha lasciato dei segni. Non possiamo dimenticare così velocemente, a mio parere, gli affreschi del Lippi, la ricostruzione rinascimentale del portico di Ambrogio da Milano e Pippo da Firenze, che è sempre maestoso, li davanti ai nostri occhi, non possiamo trascurare quelli che per gli spoletini sono i riferimenti, i simboli, in cui si identificano nella città, e che fanno parte integrante della loro storia. Non si possono insabbiare in modo così violento le vicende di una Spoleto un tempo amata da Papa Piccolomini, vicina a Pienza del Rossellino, quanto all’Urbino di Piero della Francesca.

Dobbiamo tenere bene in mente il più possibile i temi di Pienza, della città ideale dell’Alberti, che nella loro applicazione battono le tavolette di Urbino, e degli altri trattatisti, anche se a Spoleto non verranno approfonditi, ma furono trattati, senza escludere poi le quasi contemporanee esperienze di un Perugino e di un Raffaello vicini comunque all’ambiente. Ci si deve render conto che non furono più venti medioevali, bensì dell’Umanesimo e Rinascimento sia fiorentino che urbinate, quelli che mossero la storia della Città di quei tempi, seppur con ritardi e contraddizioni.

Ed è facendo riferimento alla linearità, alla semplicità estetica, alle “vedute di città ideali”, allo “Sposalizio della Vergine” di Raffaello, alla “Consegna delle chiavi” del Perugino, e a molti altri “frutti” rinascimentali, che ho ridisegnato questo spazio urbano, con la sentita necessità di riportare in luce quella suddetta antica idea, antica figura di spazio unitario, lavorando sul pavimento, che come ripeto, era comunque in avanzato stato di degrado.

La pavimentazione è quindi il punto fondamentale della mia riprogettazione. Togliere la scalinata e di conseguenza abbassare la pendenza di via dell’Arringo, riportare la Piazza alle quote del vecchio terrazzamento, così come anticamente figurava, con i vecchi arredi, i vecchi bordi architettonici, sarebbe operazione oggigiorno assai invasiva, ma non solo: i cosiddetti bordi architettonici nel teatro Caio e Melisso e nella Manna d’Oro, se ricreati, potrebbero, a mio avviso, distogliere, deviare lo sguardo e l’attenzione dall’unico fondale della facciata del Duomo.

Pertanto, pensando di demolire il meno possibile e di non effettuare drastici cambiamenti, mi  sono  limitato ad  un’operazione  di  sostituzione  dei  materiali eliminando quel cupo grigiore della pietra che contornava ogni pedata della scalinata di via dell’Arringo, inserendovi, con lo stesso disegno, dei blocchi di pietra calcarea, la pietra che caratterizza Spoleto, sia nelle architetture che nella sua natura,  la pietra con la quale la Cattedrale stessa è stata costruita. Ed è con  la stessa pietra bianca che nella Piazza ho fato riemergere un disegno che in realtà già c’era, confuso, o meglio sommerso, dall’unico colore roseo del cotto urbinate che in essa padroneggiava (ed, ahimé padroneggia ancora – e non solo il colore rosa), dando luce a quella “maglia retorica” tipica dei concetti rinascimentali, presenti nelle più celebri e armoniose opere sia pittoriche che architettoniche di quel periodo.

In questo modo la scalinata, aiutando questa unità orientata verso il Duomo ad individuare i personaggi della sua scena, stabilendo gerarchie precise più che se fosse una semplice rampa, si fonde alla piazza che con le linee della sua maglia, specialmente quelle parallele alla facciata della Chiesa che non si interrompono, continua la gerarchizzazione dei personaggi rispetto al fondale della Cattedrale e facendo risultare come controcampo il portico e non più il campanile.

Con lo stesso materiale ho sostituito la stessa pietra grigia che questa volta dominava le scale che dalla suddetta Piazza giungono a quella sottostante della “Signoria”.

Oltre a queste modifiche semplici ma essenziali ci sono altri due punti che ho desiderato trattare: il primo riguarda lo spazio esterno alla chiesa di S. Eufemia, o più esattamente quello compreso fra essa e  la  fitta  griglia  che  lo  separa da via dell’Arringo, il secondo concerne la fonte d’acqua, della quale difficilmente si parla e poco si sa tranne che fu un tempo “sacra”, e che oggi è rinchiusa nel muro che delimita la parte sud-est della piazza.

Trattando il primo punto bisogna dire che l’esigenza di modificare questo spazio nasce da un’altra esigenza ancor più forte, che è quella  di togliere l’inferriata  prima  citata.  Essa  è  a mio  avviso  brutta  e  scomoda  per  l’occhio umano, perché vi impedisce una limpida e chiara visione dell’abside della Chiesa, e in più opprime, soffoca, imprigiona lo spazio ad est di questa.

Da qui, una volta eliminata la griglia, volendo aumentare ulteriormente il senso di apertura di questo spazio finalmente in libertà, ho pensato di inserirvi delle modeste scale, sempre della bianca pietra calcarea locale, che si sviluppano per circa la metà di quella che è la forma della “cavea”, e della ”orchestra”, di un tipico antico teatro romano, una figura quest’ultima che bene si addice inserita fra una chiesa di epoca romanica e uno spazio cittadino di formazione tardomedievale-rinascimentale, in un contesto urbano dove costruzioni ed architetture di diverse epoche e diversi stili convivono armoniosamente innestate l’una con l’altra o semplicemente affiancate.

Inoltre la scelta di tale forma non rimane poi così difficile, anzi la riterrei quasi spontanea e nello stesso tempo giustificata in un luogo urbano che è esso stesso “teatro” e che a sua volta ospita un edificio adibito a teatro, e dove quindi il tema teatrale sembra essere d’obbligo.

Ritornando ora a parlare della mia riprogettazione proseguendo con la descrizione del secondo punto prima citato, dovrò dire che il mio intento è stato chiaramente quello di far uscire all’esterno quell’acqua che oggi si sente scorrere nel muro di contenimento, attraverso una fontana paretale. Essa è stata pensata sempre in pietra calcarea, con una forma anulare che viene intersecata, per tutta la lunghezza della sua circonferenza da porzioni di spicchi concentrici.

Infine non possiamo dimenticarci di Thomas Schippers, grande musicista e direttore d’orchestra, le cui ceneri sono custodite in un’urna all’interno dello stesso muro dove si trova la “fonte sacra”, tra l’altro vicina ad essa.  Egli oltre a dirigere egregiamente molti dei concerti di chiusura della manifestazione mondiale spoletina diresse in egual modo alcune opere fra le quali il Machbeth di Verdi nel 1958 e  Il Duca d’Alba di Donizetti nel 1959, entrambi con la regia di Luchino Visconti, la Messa da Requiem di Verdi sempre nel ‘59 e nel 1973, di nuovo con la regia di Visconti, il Manon Lescaut . Con la sua presenza artistica durante questi anni Thomas Schippers ha contribuito fortemente a rendere grande il Festival e quindi anche Spoleto ed è in suo onore, per  poterlo  meglio  ricordare,  che  ho  deciso di prolungare una delle linee della “maglia retorica” fino alla lapide che chiude l’urna, facendola coincidere con essa.

Onorare Thomas Schippers vuol dire ricordare quanto egli abbia onorato e reso grande questa Città, questa Piazza, o meglio per rimanere in tema, questo “teatro”.

 

Massimo Germani

 

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