Esclusione sociale e riqualificazione urbana

Il caso della Gran Bretagna

di Elena Gentilini, in Silvia Gaddoni (a cura di), Spazi Pubblici e Parchi Urbani nella Città Contemporanea, Pàtron Editore, Bologna 2010

Nella pratica e nelle riflessioni degli ultimi decenni sui cambiamenti della città, a partire dalla messa in crisi dei modelli modernisti, alcuni concetti sono emersi in maniera congiunta, giungendo a determinare nuovi orientamenti nelle politiche, così come nei singoli progetti architettonici di riqualificazione urbana.

 

Tra tutti mi sembra si possano enucleare quello di esclusione sociale e del suo opposto, l’ integrazione; l’idea di piano a scala regionale, flessibile, multidimensionale e caratterizzato da fasi e da interventi puntiformi; in ultimo, la rivalutazione del vuoto urbano nella strutturazione della città e del suo bisogno di socialità.

 

Il primo è stato elaborato in seguito all’osservazione di una progressiva concentrazione e spazializzazione degli effetti cumulativi dello svantaggio, e allo stesso tempo della sua variabilità, legata a luoghi e situazioni sociali specifiche, non più identificabili da grandi classi. Il secondo è la risposta al bisogno di arginare un’espansione incontrollata della città, e allo stesso tempo di valorizzarne le caratteristiche e potenzialità in un clima di progressiva competizione. Il terzo è in un certo senso la risultante dei primi due; inizialmente cenerentola, poi panacea, per combattere il vuoto che suscitavano (ad alcuni) i “non luoghi”, sorti “spontaneamente” ma separati dall’intorno.

 

Gli spazi pubblici, effetivi e potenziali, sono diventati tema centrale nelle politiche urbanistiche delle città a partire dagli anni Sessanta e secondo tempi che riflettevano il maturare di cambiamenti sociali variabili da paese a paese. Il lento trasformarsi delle città da entità da entità organiche a spazi frammentati, in espansione e con il bisogno di nuove centralità, parallelamente alla necessità di coniugare valenze economiche globali e istanze di integrazione sociale a scala locale e regionale hanno reso gli spazi pubblici sia i nodi simbolici di questa sfida che uno dei terreni centrali per la sperimentazione.

 

Il cambiamento di scala nell’analisi della città, per cui spesso si parla oggi di regione urbana, ha creato attese per l’elaborazione di una nuova organizzazione dello spazio fisico che non tenda più ad una leggibilità unitaria, ma ad un sistema aperto come già dichiarava Kevin Lynch negli anni Ottanta.

 

Il piano urbanistico ritorna ad avere un ruolo fondamentale, e da sistema passivo di vincoli si auspica ora strumento per una visione in positivo della località. Inventato volta per volta può finalmente dispiegharsi nelle pratiche e nel coinvolgimento di attori che ne creino la specificità., passando perciò da un assetto rigido e gerarchico ad uno flessibile e in continua mutazione per ciò che riguarda i mezzi, ma con una visione chiara sui fini, che procede per visioni generali e/o per interventi puntiformi.

 

In questo articolo si darà conto di alcuni discorsi che cercano di affrontare il tema dell’esclusione/integrazione all’interno della città limitandolo al caso inglese.

 

 

 

L’esclusione sociale

 

 

 

Dopo una fase negli anni Ottanta caratterizzata da progetti community-based di stampo innovativo, e in vista di un’omogeneizzazione nelle politiche e nelle pratiche, l’Unione Europea, a partire dal Trattato di Maastricht, ha concentrato gli interventi di lotta all’esclusione sociale sull’abbattimento della disoccupazione. Alcuni autori hanno visto in questa svolta un riconoscimento dell’impostazione durkheimiana delle politiche europee (Levitas, 1996), ma se l’impostazione ideologica può essere stata determinante nella fase iniziale, non è stata l’unica. In un documento del 1998 (Eurostat Task Force, 1998) alle dimensioni economiche e politiche della povertà vengono aggiunte due dimensioni innovative, che ne ampliano la portata: quella simbolica, che ha come peggiore conseguenza l’erosione dell’identità, e quella territoriale. Gli effetti della povertà emergono infatti come cumulativi e fortemente spazializzati, concentrati in alcuni punti che vedono declinare progressivamente le possibilità di accesso alle risorse collettive: luoghi di incontro, infrastrutture e servizi.

 

La differenza tra il concetto di esclusione sociale e quello di povertà si può riassumere brevemente in tre fattori, che la identificano maggiormente come fenomeno sfaccettato e variabile: la relatività rispetto al contesto sociale in cui viene misurata, la multidimensionalità delle cause e la dinamicità.

 

Anche oggi, la dimesione dell’accesso è centrale nella Strategia di Sviluppo Spaziale Europeo dell’UE, che punta sulla diffusione di infrastrutture, imprese di piccole e medie dimensioni e settori terziari in crescita per ridistribuire i vantaggi di una potenziale crescita.

 

In Gran Bretagna, la Social Exclusion Union, appositamente creata dal neo-eletto governo nel 1997, la definisce come: “a shorthand label for what can happen when individuals or areas suffer from a combination of linked problems, such as unempleyment, poor skills, low incomes, poor housing, high crime environment, bad helat and family breakdown”: Allontanandosi dagli strutturalismi sociali dei decenni precedenti, le definizioni cercano di inseguire le specificità di luoghi e percorsi di vita.

 

 

Nell’ultimo decennio di politiche soprattutto si modifica la scala a cui si concretizzano i tentativi di soluzione. La dimensione regionale acquista importanza nelle strategie di sviluppo (Sassen, 2001), come dimostrato dalla creazione di agenzie regionali per lo sviluppo, perfino in un paese centralista come la Gran Bretagna.

 

Parallelamente anche la scala macro acquista importanza, sia a livello di interventi che di studio dei fenomeni, per cui risulta importante raccogliere dati su aree sempre più piccole per evidenziare, nella mappatura dell’esclusione sociale, variazioni spaziali marcate ma circoscritte ad aree molto limitate.

 

Il Centre for the Analysis of Social Exclusion della London School of Economics, che collabora strettamente con il governo inglese, si fa promotore a partire dal 2001 di studi sia sugli effetti cumulativi che situazioni locali hanno nel declinare le tipologie di esclusione sociale sia sulle metodologie più efficaci per politiche a base locale (Lupton, 2001). Le mappe elaborate sulla base degli indici di esclusione sociale sono inoltre non solo strumento informativo, ma la base per l’allocazione dei fondi erogati a livello nazionale.

 

A livello di politiche le area-based initiaves hanno acquisito centralità nella lotta all’esclusione sociale. La Social Exclusion Unit ha sin dall’inizio creato strumenti normativi e programmi di sviluppo a livello di quartiere, come il New Deal for Communities e il Neighbourhood Renewal, specificatamente per le aree con indici di deprivazione più alti.

 

Quanto questi programmi siano visioni importate dall’esterno e in cerca di un ancoraggio locale e quanto invece stiano diventando sempre più veri processi di valorizzazione locale è questione aperta (Cottino, in Lanzani 2007, pp. 113-117), ma si sono dimostrati comunque strumenti utili a creare opportunità altrimenti impossibili per determinate zone e assicurare quella continuità ai finanziamenti e alle strutture essenziali al successo di iniziative in ambito di lotta alla povertà. .

 

 

I piani, il design e gli spazi pubblici

 

 

Aree urbane che diventano isole: il problema tocca quindi non solo le caratteristiche sociali ma anche l’organizzazione spaziale della città, su cui è possibile intervenire.

 

La Urban Task Force, creata sempre dal governo Labour all’inizio del suo primo mandato, si è concentrata molto sul concetto di compact city per arginare la crescita indistinta delle città. Contemporaneamente ha puntato sul design come fattore per ridare alle città quel senso dei luoghi che il modernismo, inteso nelle sue accezioni più volgari, e le trasformazioni dal dopoguerra in avanti avevano allentato.

 

Preso atto che, nonostante fenomeni di controurbanizzazione conducano ad un abbandono delle città verso zone rurali sempre più lontane, il fenomeno dell’urbanizzazione stia conducendo nelle realtà più grandi alla formazione di regioni sempre più interconnesse, il problema che si pone è quello della loro riorganizzazione sostenibile, in una forma policentrica che non graviti su un unico centro, riservato tra l’altro per lo più a vetrina. La visione ultima è una sintesi fra il precedente modello di Compact CityStrategy (CCS) e un altro modello di forma urbana, denominato Short Cycle Strategy (SCS).

 

Il modello CCS si basa sull’ideale della tradizionale città densa europea del XIX secolo, con il suo mix di funzioni e di classi e un ruolo preponderante dei mezzi di trasporto pubblici. La crescita cittadina avviene aumentando le densità di costruzione (urban intensification) e mantenendo la grana fine3, l’importanza della strada come spazio pubblico e la vitalità e molteplicità di stimoli come elemento caratterizzante la città. Nell’implementare un tale modello il ruolo dell’urban design è quello di ricucire le fratture fra le aree già sviluppatesi nell’ampliamento della città e ad opera delle grandi infrastrutture di trasporto, rendendo a scala più umana e “comunitaria”, con tutte le sfumature di accezione che tale concetto può prendere, i nuclei già delineati, spesso caratterizzati da enclaves socio-culturali troppo omogenee ed escludenti. Queste ricuciture si ispirerebbero alle unità di vicinato semiautonome degli Urban Villages (Aldous, 1992), che riuniscono funzioni di lavoro, residenza, shopping e tempo libero a distanze percorribili a piedi.

 

La SCS è un modello basato sulla decentralizzazione, e prevede una densità totale minore in una vasta area urbana, ma la concentrazione decentralizzata è intesa come un’estensione della compact city e non un’alternativa ad essa.

 

Nel nuovo piano regolatore di Roma, che presenta molti parallelismi con l’attuale London Plan, si tenta di “integrare il discontinuo e casuale sistema insediativo (...) attraverso tre sistemi strutturanti” (Gargani S., in Rassegna di architettura e urbanistica, p.36), ovvero quello del trasporto pubblico a scala metropolitana, quello della delocalizzazione di funzioni nelle centralità periferiche individuate, e quello dei corridoi culturali, ecologici, produttivi.

 

 

Si possono rintracciare alcuni movimenti precedenti lo spartiacque del 1997, che hanno preparato il terreno all’elaborazione piena delle politiche dei governi Blair.

 

In Gran Bretagna si comincia a parlare del ruolo del design nel “dare forma alla città” solo in tempi molto recenti.

 

L’Urban Design Paradigm prende piede negli Stati Uniti dalle riflessioni critiche di Jane Jacobs sugli interventi blandamente modernisti di riqualificazione urbana che combattendo il degrado creavano un appiattimento fisico e sociale ancora più pericoloso.

 

Gli inizi del dibattito si possono far risalire alla Harvard Graduate School of Design, che nel 1956 organizza una conferenza a cui partecipano studiosi come Lewis Mumford, la stessa Jane Jacobs, Victor Gruen e Edmund Bacon che da qualche tempo si interrogano sulla qualità delle scelte o non scelte urbanistiche e degli effetti sulla crescita della città, che rischia l’atrofizzazione degli spazi di vita quotidiani e la perdita di ricchezza sociale che da sempre rendono attraenti le città.

 

Altri studiosi che possono essere considerati fondamentali sono Christopher Alexander, Donald Appleyard e Gordon Cullen.

 

Il primo autore, ne “La città non è un albero” del 1967 esamina la vitalità intrinseca nelle città sviluppatesi “naturalmente”, in maniera perciò non isotropa, ma con una naturale tendenza alla policentricità, o per lo meno ad una compattezza di usi che lasci però spazi liberi. Questa tendenza è ben presente in molte città italiane, come ad esempio Roma, che proprio oggi potrebbero, con adeguati piani, cogliere l’opportunità di valorizzare il proprio sviluppo puntuale.

 

Il secondo esponente scrisse al MIT nel 1964 “The view from the road” assieme a Kevin Lynch e John Meyer, in cui innovativamente venivano affrontati temi di urbanistica in termini di paeseggio ed estetica e dal punto di vista dell’occhio movimento lungo le strade. Lo scritto era inspirato dagli scritti di Gordon Cullen, che attraverso la rivista inglese Architectural Review, pone tra i primi l’accento sulla città come sistema di segni oltre che di luoghi. Tutti cercano alternative alla zonizzazione, alla monofunzionalità, riscoprono il valore del paesaggio, cercano di esaltare le differenze pur nella continuità con l’intorno.

 

Kevin Lynch fu tra i primi in quel periodo a cercare un fondamento scientifico per l’analisi della città anche dal punto di vista estetico-percettivo quotidiano. L’introduzione di nuove categorie per leggerla, ispirate da teorici come Alexander, Losch e Christaller, ma che ampliavano notevolmente lo spettro delle analisi rendendole molto più “sistemiche”, ha dato poi vita a molti esempi, criticati dallo stesso Lynch, di applicazioni semplicistiche in stile manualistico di teorie che dovevano essere archetipiche e non puramente applicative.

 

Un approccio parallelo a questo, ma più orientato alla trasformazione concreta dell’esistente è stato invece il cosiddetto “contestualismo”, che si prefigge come nella collage city di Colin Rowe, più che di analizzare l’esistente, di amalgamarlo con il nuovo. A questo filone possono essere assimilati anche un architetto come Rob Krier (Schwarting, in Santamaria, 2007), che cerca di elaborare delle tipologie di nuovi sviluppi urbani partendo da un’analisi delle forme geometriche primarie, o gli interventi di Aldo Rossi volti a creare una mitologia per gli spazi pubblici che ridia forza simbolica al vuoto urbano.

 

Stesso obiettivo si ritrova in un’altra corrente, “decostruzionista”, che però più che amalgamare, con l’intervento del nuovo cerca di sostituire l’esistente, in netta continuità con il modernismo.

 

Questi studi puntano a elaborare un modello per la nuova edificazione più efficace del modernismo, che comprenda il ricorso alla storia, cercando di trarne forme da concetti, idee e principi. Si discostano perciò totalmente da elaborazioni che hanno ripreso semplicemente gli stili del passato in maniera mimetica, se non ideologica.

 

Recentemente il movimento del New Urbanism, chiamato anche neotradizionalismo, ha ereditato l’approccio empiricista della tradizione dei movimenti city beautiful, garden city e townscape movement, associandovi però una buona dose di ideologismo e razionalismo nell’esaltazione dei valori sociali degli Urban Villages e della fuga dalla città.

 

Nella Charter of New Urbanism si dichiara espressamente che “The paradigmatic model is a compact, walkable city with a hierarchy of private and public architecture and spaces that are conducive to face-to-face social interaction, including background housing and gardens and foreground civic and institutional buildings, squares and parks.

 

Oggi la sua influenza e l’attivismo dei suoi “seguaci” sono ampi soprattutto, ma non solo, negli Stati Uniti e in Gran Bretagna, grazie all’esportabilità dei suoi principi e al solido e semplice apparato operativo con cui questi vengono applicati; ad essi si appellano molti interventi odierni di riqualificazione urbana. Ma una delle forze di questo movimento risiede anche nel vivace network internazionale che lo sostiene.

 

Quali sono i referenti storici ripresi più spesso?

 

Camillo Sitte, verso la fine dell’Ottocento, eseguì studi sulle piazze medievali e barocche al fine di elaborare un’alternativa ai modelli di spazi pubblici che stavano crescendo nella Vienna del tempo e opporsi allo sventramento della città tradizionale dettato da istanze funzionaliste, che ne contraddicevano lo spirito umanista (LeGates, 1998, p.?). non è citato in bibliografia. Fare un controllo generale degli autori inseriti nel testo e non citati in bibliografia

 

Raymond Unwin celebrava la vita comunitaria delle città greche e romane con i loro luoghi di ritrovo pubblici (Unwin, 1995) e delineava il concetto di place4.

 

I requisiti degli spazi pubblici riscoperti o ricercati in questa nuova tradizione sono la capacità di creare intimità, di creare una struttura attraverso il ritmo della grana e la sequenza degli spazi, e correlazioni fra intorni diversi, attraverso le viste e le prospettive che si aprono. Si riscoprono i valori dell’ornamento, della storia; e si ricerca la massima pedonalizzazione; la teatralità degli spazi aperti attraverso l’uso del racconto, che si dispiega in spazi tematizzati, come era in realtà già a partire dal XVIII sec. (Colarossi in Mattogno, 2002, pp. 145-173).

 

Il New Urbanism rapporti molto stretti con la Prince’s Foundation del Principe Carlo, che per prima si è fatta portavoce dei valori del paesaggio tradizionale in Gran Bretagna, anche se a livello politico non ha sempre raccolto adesioni. L’International Network for Traditional Buildings, Architecture and Urbanism (INTBAU)5, patrocinato dalla fondazioneriunisce i maggiori esponenti del movimento e si occupa della diffusione ed educazione basata sui suoi principi.

 

Tra gli Stati Uniti e l’Inghilterra alcuni enti, associazioni e gruppi, sempre più istituzionalizzati, si sono fatti portatori di istanze di questo tipo. L’Urban Design Group, fondato nel 1978, riuniva personaggi come Leon Krier, Kevin Lynch, Rem Koohlas e Peter Hall, che sebbene non assimilabili, hanno ciascuno a proprio modo portato avanti discorsi tesi ad approfondire il ruolo di una o di più urban design strategies to recapture the qualities of traditional cities”, concentrandosi, a differenza di quanto l’architettura tendeva a fare in quegli anni, più sulla Life between buildings, che sui singoli edifici (espressione ripresa nel titolo di un celebre scritto di Jan Gehl (Gehl, 2001).

 

Alla fine degli anni Sessanta si è diffusa una letteratura, soprattutto americana, sulla pedonalizzazione di strade e piazze come incentivo a ritornare a vivere la città nello stile del quartiere, superando l’ossessione del movimento veloce modernista e valorizzando le tradizionali funzioni collaterali di strade e piazze: il sedersi, il guardare, lo scambio informale. Questo filone, inaugurato da un articolo di Gehl del 1968 Mennisker til Fods, sulla rivista danese Arkitekten, è stato ripreso e approfondito da diversi studi sui comportamenti dei pedoni negli spazi pubblici6. A New York la Rockfeller Foundation finanzia, alla metà degli anni Settanta attraverso il Street Life Project, uno studio dettagliato sugli usi della piazza, utilizzando non solo la tecnica dell’osservazione, ma il video come fonte di informazione rilevante, poi pubblicato nel 1980 come The social Life of Small Urban Spaces. Nel 1987 viene pubblicato anche Life between Buildings dello stesso Gehl, un esempio molto citato di studio da parte di un architetto sugli usi quotidiani dello spazio, al di là di occasioni pubbliche collettive come festivals, mercati, carnevali. L’obiettivo è sempre quello di ricercare e ricreare i fattori del potere attrattivo degli spazi pubblici tradizionali negli spazi dedicati alle funzioni pubbliche, ricreative o commerciali.

 

Istituzioni come la Royal Institute of British Architechts, l’English Partnership, la denominazione per esteso Royal Town Planning Institute avendo detto in esordio frase dopo di loro forse è opportuno inserire la data NON SAPREI CITARE UN?OPERA SINGOLA PER QUESTI RIFERIMENTI; SONO UNA SERIE DI MOLTI DOCUMENTI NEL TEMPO) e non ultimo il Landscape Institute (data), patrocinato dal principe Carlo, hanno accompagnato l’introduzione di alcuni principi entro l’apparato delle politiche sociali inglesi SE TROPPO GENERICA ELIMINA PURE DA “ISTITUZIONI”.

 

Tra il 1997 e il 2001 il governo inglese ha prodotto una serie di documenti che cercano di ridefinire i principi guida della riqualificazione urbana, puntando sui risultati di tale dibattito e restituendo centralità ad un design effettivo degli spazi pubblici. In uno di questi, la Planning Policy Guidance (PPG1), si dice che l’urban design dovrebbe “be taken to mean the relationship between buildings and the streets, squares, parks, waterways and other spaces which make up the public domain; the nature and quality of public domain itself; the relationship of one part of a village, town or city with other parts; and the pattern of movements and activity which are thereby established” (DETR, 1997, p.14).

 

Una sintesi istituzionale e funzionale ad attuazioni di politiche specifiche – con tutti i limiti che questo comporta rispetto e esempi di sperimentazioni - è stata la Urban Task Force. La prima parte del rapporto finale Towards a Urban Reinassance è dedicata ai temi dell’urban design. Si sottolinea la lotta all’urban sprawl e la necessità di costruire dentro la città piuttosto che all’esterno (Urban TAsk Force, 1999), e di riconsiderare gli standard di densità, non solo in termini di quantità di edifici, ma anche di intensità d’uso: usi misti che permettano un’autosufficienza maggiore delle sottoaree (quarters, unità di quartiere), diminuendo la necessità di spostamenti nella città.

 

Nel tentativo, delineato precedentemente, di conciliare città compatta e policentrismo, e anche per inseguire le nuove forme di socialità in divenire, non sorprende che gli spazi pubblici siano già da qualche tempo la nuova musa degli urbanisti, la più studiata e la più usata.

 

Come giustamente fa notare Boschi, molti concetti non sono in realtà nuovi: gli spazi pubblici non sono, nè sono mai stati, isolati, ma sempre parte di un sistema complesso continuo e gerarchizzato (Boschi, 1999, p.?). E riprendono concetti che si sono da tempo inseguiti nella letteratura sulla città, quali quello di central place della geografia economica, e di core, proposto per esempio nel VIII Congresso Internazionale Architettura Moderna (Gabellini, 2001, p.?), a dimostrazione del fatto che il tema non era del tutto estraneo ai antimodernisti.

 

Gli spazi pubblici si delineano come struttura della città, e, in connessione con le tecniche di ascolto sempre più raffinate, sono diventati nodi centrali per l’elaborazione dei piani, sia in realtà metropolitane che in piccoli centri (Canestrari, 1986, p.?).

 

Naturalmente un discorso sugli spazi pubblici è per forza di cose generalistico, potendo comprendere sotto questo termine tipologie di spazi cittadini totalmente diverse tra loro.

 

A livello europeo Rudi, un network di expertise sul tema della riqualificazione urbana (www.rudi.net) individua nove città sintomatiche di altrettante strategie per gli spazi pubblici: prima fra tutte naturalmente la Barcellona degli anni Settanta-Novanta.

 

In Italia un ritorno di attenzione verso la struttura degli spazi aperti si ha solo negli ultimi venti anni: Natalini a Firenze, le piazze contigue di Gibellina di Purini, Aldo Rossi, Roma Interrotta, una mostra del 1978 che raccoglie gli interventi di dodici architetti sugli spazi aperti di Roma a partire da una mappa di Nelli del XVIII sec..,

 

i progetti delle cento Piazze del Comune di Roma in collaborazione con La Sapienza (Panella, 1998, p.?), Aymonino e Portoghesi. Si tratta spesso di interventi di piccoli dimensioni, che puntano ad evitare improvvisazioni, a vantaggio di una maggiore comprensione del luogo e delle vocazioni, utilizzando “forme rassicuranti, un uso sapiente dei materiali, la conoscenza dei luoghi” (Boschi, 1999, p.35). Si riconosce che gli spazi pubblici a volte possano venire progettati unitariamente, mentre a volte sono il frutto di una sedimentazione che deve solo essere valorizzata.

 

Dopo la caduta dei presupposti modernisti sulla stabilità delle funzioni e delle gerarchie, si è attraversato, anche in Italia, un momento di abbandono totale del piano e di ricorso, almeno in teoria, a macrostrutture urbane per la riqualificazione della città, anche dal punto di vista simbolico (luoghi per lo spettacolo, centri sociali, biblioteche…)

 

Oggi i progetti a scala metropolitana devono necessariamente tenere presenti le diverse tipologie di interventi divenuti necessari per ricreare un mix di funzioni, moltiplicarle e distribuirle; come è stato rappresentato nella mostra Cuore, organizzata dal Salone Internazionale Industrializzazione Edilizia (SAIE) nel 2005 (AAVV, 2004). I principali interventi di riqualificazione sia fisica che funzionale portati ad esempio in quell’occasione riguardavano:

 

  • i contenitori delle funzioni tipiche della città (biblioteche, ;

  • la trasformazione di strutture tecnologiche come ad esempio le stazioni;

  • la creazione di spazi alternativi alla città tradizionale.

 

Le risposte più elaborate, come fa notare Boschi, cominciano solo dagli anni Ottanta con analisi come quella di Rob Krier su “Lo spazio della città” (Krier, 1982) e di Aldo Rossi per gli appartamenti nella Südliche Friedrichstadt per l'esposizione IBA 84 a Berlino Ovest. Diverso invece l’impianto per esempio de La Defense a Parigi con il suo spazio illimitato e indefinito, dove l’idea architettonica prevale su quella di piazza.

 

Il numero 100 deve avere un valore propiziatorio per gli urbanisti chiamati a rivitalizzare i brandelli impazziti di città giganti: la Greater London Authority è promotrice del 100 public spaces programme di Londra, le 100 piazze di Roma dovevano ricucire già dagli anni Novanta altrettanti luoghi dispersi della capitale (Panella, 1997, p.?).

 

Il governo Blair ha messo gli spazi pubblici ai primi posti della sua agenda per la città sin dalla creazione dell’Urban Task Force, che come abbiamo visto ha collegamenti molto stretti con il movimento del New Urbanism, ma se ne è anche discostato, con un’elaborazione più diversificata, che pone giustamente enfasi sui processi oltre che sulle tipologie di costruzioni da valorizzare, indulge di più sulle costruzioni spettacolari e simboliche, ammicca fortemente ai principi ecologici e di complessità ecosistemica delle città, nonché ai grandi progetti infrastrutturali.

 

Sia il governo che le agenzie a lui collegate come il denominazione per esteso (CABE) continuano a esaltare i pregi degli spazi pubblici per le finalità sociali a cui rispondono: sia di sviluppo economico, che di coesione sociale, salute pubblica, riduzione del crimine e supporto ai giovani.

 

La qualità della vita viene collegata in maniera piuttosto diretta e univoca con la disponibilità di spazi, come negli scritti e nelle azioni dei riformisti dell’Ottocento: “Not surprisingly, people become attached to these parks, gardens and other open places, and appreciate them for what they offer culturally, socially and personally. In research carried out for CABE, 85 per cent of people surveyed felt that the quality of public space and the built environment has a direct impact on their lives and on the way they feel” (CABE, 2004, p.4).

 

Eppure non solo la quantità di spazi sta diminuendo, ma come per i riformisti dell’Ottocento non è ben chiaro cosa renda positivi questi spazi e per chi. Le politiche del governo infatti si concentrano, spesso su discorsi di design e management degli spazi, tralasciando questioni di economia locale che intaccano troppo profondamente le scelte economiche del paese (cfr. New economics Foundation ?). Si vuole che gli spazi pubblici ???? a ri-strutturare le città, eppure dal 1989 la sola Londra ha perso una superficie di parchi estesa sette volte Hyde Park, trasformata in costruito (Simms et al, 2001, p.?); tra il 1990 e il 2000 le spese del governo centrale in spazi verdi sono diminuite di 100.000 di sterline, e la percentuale devoluta agli stessi dai Local Councils è passata dal 25% della metà degli anni settanta all’8.3% del 2001.

 

Nella denominazione estesa (PPS6), l’ultima delle linee guida in materia di town centre, vengono specificati i principali obiettivi auspicati dal governo:

 

  • Sviluppare una gerarchia e un network di centri;

  • Focalizzare lo sviluppo sui centri esistenti;

  • Monitorare lo stato e promuovere strategie di sviluppo, che assicurino il soddisfacimento dei bisogni a cui i town centre (centre o centres come più avanti?)sono preposti (commercio, tempo libero, sport, uffici, arte, cultura e turismo);

  • Non limitare la competizione, non preservare gli interessi delle attività già esistenti, non prevenire l’innovazione;

  • Promuovere la crescita economica e gestire il cambiamento;

  • Adottare un approccio attivo e plan-led, attraverso il coordinamento della pianificazione regionale e locale;

  • Promuovere l’inclusione sociale, assicurando che le comunità locali abbiano accesso ai principali usi dei town centres, incoraggiare l’investimento nelle aree deprivate, creando opportunità di impiego;

  • Aumentare l’accessibilità ai town centres attraverso una vasta gamma di mezzi di trasporto;

  • Assicurare uno sviluppo sostenibile, ad alta densità e mix di usi, e ridurre la necessità di spostarsi;

  • Gestire il ruolo dei centri esistenti promuovendo, per esempiouna specializzazione o specifiche tipologie di uso.

 

Gli obiettivi sono generali nell’orientamento e spesso in contraddizione. Lasciano ampia libertà alle partnership di orientare le strategie, dando al contempo linee guida abbastanza stringenti per le tipologie di centri rispetto all’organizzazione territoriale regionale, con dettagliate descrizione degli indicatori e delle caratteristiche della gerarchia di centri.

 

Quella che si delinea è una devoluzione pronunciata per la condivisione delle responsabilità rispetto agli spazi pubblici a partnerships di attori locali interessati, attraverso il coordinamento della figura del Town Centre Manager (TCM): “Through regional spatial strategies (in London the Spatial Development Strategy) and local development documents, regional planning bodies and local planning authorities respectively should implement the Government’s objectives for town centre, by planning positively for their growth and development. They should therefore: promote town centre management, creating partnerships to develop, improve and maintain the town centre, and manage the evening and night-time economy” (ODPM, 2005B, p.9)

 

Le partnership standard dei TCM comprendono proprietari dei terreni, datori di lavoro, commercianti, gestori di shopping centre, operatori dei trasporti, polizia, media, autorità locali e camera di commercio. La presenza di community groups è per lo più secondaria.

 

In funzione della prima serie di obiettivi, lo sviluppo, sono ad esempio stati elaborati degli indicatori per monitorare lo stato dei town centre (vedi sopra per la s- secondo me non ci vuole maiall’interno di un testo in lingua italiana), il cosidetto health check, delineato nella denominazione estesa (PPS6)7. In funzione della seconda relativa al controllo, si può citare l’istituzione dei town centre wardens, specie di guardie civiche preposte al controllo del territorio e di eventuali comportamenti “anti-sociali”8.

 

Già Lynch aveva evidenziato il primato dell’immagine nella costruzione della città – che lui ancora non chiama - post-moderna. Questa aiuta nell’organizzazione di una città espansa di cui non è più possibile cogliere l’interezza e che procede per parti, continuità e giustapposizioni. Ma anche e soprattutto oggi, in primo luogo per “attirare”, poi per creare un “agio dello spazio” per tutte le popolazioni urbane non residenti e saltuarie.

 

Dalle mappe dei caratteri salienti delle parti, si può attivare quel processo di cambiamento e riqualificazione che appoggiandosi su potenziali (storici, artistici e geografici) è alla base dei progetti.

 

Letture e paradigmi creati per accompagnare il passaggio tra moderno e post-moderno nel disegno o non-disegno della città si intrecciano quindi, lasciando come al solito ampio spazio a quelli più facilmente ripetibili e qualche occasione per esempi che accolgono profondamente gli spunti dal passato e dal presente.

 

 

 

 

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3 Grana è un termine usato inizialmente da Lloyd Rodwin in Le metropoli del futuro (1964), e ripreso da Lynch (Lynch, 1996, cap.15) per descrivere il tessuto urbano. Una grana identifica il “modo in cui i differenti elementi che compongono un insediamento sono mescolati fra di loro nello spazio” (ibid., p.273) ed è fine quando elementi simili, o piccoli gruppi di essi, sono disseminati in modo rado tra altri elementi molto diversi.

 

4 “ Queste places o punti centrali possono assumere diverse forme secondo il compito che devono assolvere (…) A opera del barone Haussmann e degli ingegneri preposti alla pianificazione della città andò completamente perduta a Parigi la vera idea di place, sebbene questa parola fosse conservata per indicare gli spazi formati nei punti di incontro delle molte strade diagonali o radiali da loro tracciate (…) Camillo Sitte dedicò un’ampia parte del suo volume all’esame delle places (…) egli sostiene, come la scuola moderna dei pianificatori tedeschi, che le places irregolari del Medioevo furono progettate secondo chiari principi artistici volti a produrre i precisi effetti desiderati e che al contrario non furono affatto il risultato di uno sviluppo incontrollabile (…) La place è la forma più moderna dell’agorà greca e del forum romano. Non esiste una parola inglese che le corrisponda perfettamente. La piazza del mercato inglese fu spesso, ma non sempre una vera place. La parola inglese square, oltre a definire la regolarità della forma, indica spesso qualcosa del tutto diverso. La place, nel senso che desideriamo dare alla parola, dovrebbe essere uno spazio racchiuso” (Unwin, 1995, pp.163 e ss.)

 

5 cfr. www.intbau.org per una lista di affiliazioni.

 

6 Nello stesso periodo escono molti studi sulla pedonalizzazione: quello di Fruin, Pedestrian Planning and Design nel 1971, di Anderson On Streets nel 1978, di Pushkarev e Zupan Urban Space for Pedatrians nel 1975 e incominciano a effettuarsi studi comportamentisti sulle piazze, in progetti come il Street Life Project diretto da William H.Whyte, e Emotional and behavioural responses of people to urban plazas: a case study of downtown Vancouver fu portato avanti dagli studenti di Chicago e San Francisco nel 1978. Un esempio europeo è il Street for people pubblicato dall OECD: un elenco di esempi di pedonalizzazione dei centri storici di molte città europee (tutti citati in Cooper et al., 1998, p.15).

 

 

7 Gli indicatori sono: diversità di usi (uffici, tempo libero, cultura, intrattenimento, ristorativo, artistico) e rapporto tra town centre e off-centre, potenziale di crescita, immagine e potenzialità di cambiamento di immagine, livello degli affitti, proporzione di edifici vacanti, flusso pedonale, accessibilità, opinione dei residenti e visitatori, percezione della sicurezza, stato del costruito (ODPM, 2005B, pp.28 e ss.)

 

8 Sul ruolo della polizia e della sicurezza nell’orientare le politiche delle partnerships per i luoghi pubblici cfr. Raco, 2003. In Inghilterra la polizia ha da sempre avuto un carattere molto locale con le county police forces, finanziate in parte con tassazioni locali, carattere che è cambiato negli ultimi venti anni insieme a tutte le politiche di welfare, centralizzandosi in un primo tempo e orientandosi a forme di partnerships successivamente. Alla polizia infatti è sempre più spesso richiesto (Crime and Disorder Act, Home Office, 1998) di collaborare con altri attori locali (autorità sanitarie, servizi sociali, etc.) e rappresentanti della comunità. Ma il carattere locale dell’azione è andato diminuendo attraverso l’uso di direttive e finanziamenti nazionali.

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